lunedì 7 gennaio 2013

      Sull'Etica di Dante 

 

 

Si può leggere la Commedia di Dante come un poema a forti tinte etiche, e forse non è esaustivo.
Il concetto di Etica, in Dante, lo troviamo sparso in tutte le sue opere ed a maggior ragione nella Commedia, filiazione diretta della filosofia Scolastica.
E allora, cominciamo.
Per Dante, e secondo la Scolastica, il Bene ed il Male hanno il loro seme nell'amore:
Amor sementa in voi d'ogni virtute
E d'ogni operazion che merta pena

(Purg., XVII, vv 91-93)
I vizi e i peccati sono amore traviato, le virtù sono amore ordinato. Ora, essendo l'Amore il centro di gravità di ogni essere, l'Amore lo troveremo non solo in Dio ma anche nel Creato:
Nè Creator, nè creatura mai
(cominciò ei) figliol, fu senza amore
o naturale, o d'animo e tu 'l sai
.
Dante ci dice che nella materia esiste l'impulso, nei bruti l'istinto e negli uomini libera volontà (il Libero arbitrio).
Ora, nei primi due, l'amore segue il suo corso senza errori:
Lo natural fu sempre senza errore
(Purg. XVII, v 94)
Ma l'amore dell'uomo può diventare colpa se non rivolta alle cose del Cielo
Ciascuna di queste virtù ha due nemici collaterali, cioè vizi, uno in troppo e un altro in poco (Convivio)

Infatti, dirà (Purg.):
Ma l'altro (l'amor d'animo) puote errar per malo obbietto
o per troppo o per poco di vigore.


Dal "malo obbietto" nascono i tre vizi capitali (superbia, invidia e ira), vizi ritenuti gravissimi.

Se l'amore non tende al Bene con l'intensità dovuta, avremo l'Accidia. Se si lascia tentare troppo dai beni materiali, avremo l'Avarizia, la Gola, la Lussuria. Questi sono i sette vizi capitali che troviamo nella Commedia. Sono, in sè, amore disordinato, non orientato verso il Bene, così come il disordine, il caos generarono la città di Babilonia.
Invece, l'ordine nell'animo umano tende alla città di Dio:

Amor Dei facit civitatem Dei, amor sui facit civitatem Babylonis
(Sant'Agostino, Della Città di Dio)
Dante continua dicendoci che il mistero dell'Incarnazione ebbe il compito di riaccendere l'Amor di Dio, tramite Maria:
Nel ventre tuo si riaccese l'amore
(Parad., XXXIII, v.7)

L'amore per Dio - tramite Maria - è motore di Virtù; infatti san Bonaventura, in Speculum beatae Virginis, fa l'esempio di Maria come unico esempio da seguire. Dirà san Bonaventura, infatti:
Maria di ogni vizio fu scevra e d'ogni virtù rifulse. Maria dai sette vizi capitali fu immune ogni oltre credere, poichè contro la Superbia fu profondissima per umiltà; contro l'Invidia affettuosissima per carità; contro l'Ira mansuetissima per dolcezza, contro l'Accidia operosissima per attività e diligenza; Maria contro l'Avarizia fu piccolissima per povertà, contro la gola fu temperatissima per sobrietà, contro la Lussuria fu castissima per verginità.

L'ideale etico, naturalmente non solo in Dante, è quindi Maria. La tensione mistica della Commedia (che, ribadiamolo, non è una summa di peccati e pene, ma un pellegrinaggio di Dante e dell'Umanità intera verso la salvezza) ci insegna che la via per amare Dio è Maria.
Sir Galahad non è in linea

L'amore di Dante per Maria fu reale. E riconosce che è tramite il suo intervento che potrà disporre delle guide indispensabili per raggiungere la Felicità (Virgilio e Beatrice).
L'allegoria del Vello liberatore dell'uomo dalla Lupa (Prima cantica), invece, rimane avvolta nel mistero.
In attesa di un tale liberatore, il solo mezzo che rimane all'uomo per sfuggire al male è la Ragione (cfr filosofia tomista), che testimonia sia la fallacia dei beni terreni sia le pene ultramondane (Inferno e Purgatorio).
La liberazione dell'uomo dal peccato avviene tramite il libero arbitrio, massimo riferimento della Ragione. Ne è condizione necessaria, ma non unica e non massima. Infatti, solo con la Grazia - con l'uso della Ragione - può raggiungere la Verità assoluta, penetrandola con la Rivelazione e con l'aiuto delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità). Da se stesso, infatti, il libero arbitrio può far conseguire all'uomo la verità naturale basata sulle virtù umane (precetti filosofici e morali).
Le guide di cui si diceva portano Dante ad essere signore (dominus) di se stesso (dominare la propria persona e i propri istinti), portandolo prima alla felicità terrena (Paradiso terrestre) e poi alla contemplazione di Dio.
Questo iter si attua, nella Commedia, tramite l'allegoria, cioè significato nascosto o recondito. Ma Dante, contrariamente ai suoi contemporanei, ci mostra che il velo allegorico non è per lui un fine, ma un mezzo: allora, le figure del Poema non rappresentano solo un freddo riferimento etico, ma l'incarnazione di una umanità appassionata.

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