venerdì 3 ottobre 2014

Ho finito di scrivere la 500 esima pagina del mio Trattato di Parassitologia, che nessuno leggerà. Si prevede un'opera di 1200-1300 pagine. Forza e coraggio! :-)











mercoledì 13 novembre 2013

Un "che" dantesco

"Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
chè la diritta via era smarrita"


 



Ognuno di noi conosce a memoria l'incipit della Commedia di Dante Alighieri. E - quasi tutti, lettori e commentatori - convengono nell'interpretare il "chè" del terzo verso come un "poichè". Ossia si fa dire a Dante: mi ritrovai nella oscura selva poichè (giacchè) avevo smarrito la via diritta. È questa, l'opinione, di altissimi e preparati dantisti , lo so bene. Tuttavia, mi permetto di dissentire da questa che pare essere opinione comune ed esporre altra versione (che non è solo mia, per inciso).
E dunque dico che quella parola vada intesa come un " quando", e cercherò di portare le motivazioni di questa mia interpretazione.
I motivi che cercherò di addurre sono di tre tipi:
1^: motivo linguistico: se si intendesse il "che" come un "perchè", in tale caso la proposizione mancherebbe del necessario complemento, come fa giustamente notare il dantista L.Pietrobono: persa (smarrita) da chi?
2^ motivo teatrale:In questo modo, infatti, si fa dire a Dante: mi trovai nella selva perchè avevo perso la strada. Ma Dante non si trova nella Selva! Dante, in quel preciso momento, ne sta uscendo!
2^: motivo geografico-linguistico: In Toscana è d'uso (e non si vede perchè non lo si dicesse anche ai tempi di Dante) dire: "che" in senso temporale, sostitutivo di "quando". Ad esempio, " ai tempi che io ero giovane" vale "ai tempi in cui io ero giovane". Dante stesso, in Inf, XXXII, 124 e passim, dirà:
"Noi eravam partiti già da ello
ch'io vidi duo... "
dove, appunto, "che" sta per "quando".
Infatti, questa è appunto la singolare grazia concessa dal Cielo: che egli si ritrovasse ("ritrovasse se stesso" ) ... per una selva oscura (dove "per" non vale "in", ma "in virtù di..." ; ossìa, il peccato permette che andasse a finire nella selva oscura, da cui egli uscirà, nella notte di Venerdì 8 Aprile 1300)... QUANDO la via moralmente diritta era stata persa, da lui e da tutti.

mercoledì 18 settembre 2013

  • Beatrice, la pastora-poetessa

    Al viaggiatore che, risalendo la val Sestaione, si incammina sulla strada che porta all'Abetone, s'apre a sinistra una strada scavata tra poggi e collinette, boschi di faggi e di larici e che, amenamente, lo conduce in un paesino che , come un anello nel castone, conserva il nome e le fattezze del vecchio borgo, Pian degli Ontani. E altro non trasmetterebbe al suddetto viaggiatore se non conservasse la memoria di una delle tante pastore dei tempi passati, ma che fra tutte si elevò in ingegno, fantasia ed arte: Beatrice Bugelli, detta la "pastora Beatrice". Nacque, Beatrice, nei primi dell'Ottocento e la Natura la dotò della forza creatrice della poesia ancor detta "improvvisata". Sposa a vent'anni con un uomo non più giovane, Matteo Bernardi,il giorno del convolamento a nozze la sua bocca scioglie la prima ottava, semplice ed improvvisata, tanto da scatenare consensi ed applausi tra gli astanti. Continuò, Beatrice, nella sua arte poetica e la sua fama varcò i ristretti confini dell'Appennino pistoiese per essere declamata nei salotti-bene di Firenze, Pistoia ed Bologna. Essa conobbe Giuseppe Giusti, che con Massimo D'Azeglio andò a farle visita nel paesino stretto tra le gole dell'Appennino; e con essi, il linguista Giambattista Giuliani, che la descriverà così: Ha un par d'occhi grandi e nerissimi e suol piantarveli in faccia senza mai abbassarli: piuttosto costringe i vostri ad inchinarsi ammirati.
    La Letteratura Italiana forse non la conosce. Ma, con Pier Paolo Pasolini, vorrei rimarcare ancora questa energia positiva che sprizza dall'ingegno della gente umile e che s'inserisce a forza, volenti o no, tra i Letterati ben più noti e di meno anguste origini.
    Il comune di Pian degli Ontani le ha dedicato un viale, Viale Beatrice, ed in esso - a varie distanze - ha piantato vari cippi in cui sono scolpite le sue composizioni. Tra le altre ottave, ce n'è una molto bella, ed è questa:

  • Se tu sapessi la vita ch’io faccio,
    Non la farebbe il Turco alla catena.
    E ’l Turco porta la catena al braccio
    E io la porto al cor per maggior pena.
    E ’l Turco porta la catena al collo,
    E io la porto al cor, ch’è maggior doglio.
    E ’l Turco porta la catena al piede,
    E io la porto al cor che niun la vede.

    Quella finestra, fatta a colonnello,
    Quanto sospiri m’ha fatto gettare!
    Tu m’hai ferito il cor con un coltello,
    Non trovo chi mi voglia medicare.
    E ’l medico m’ha messo a tal partito,
    Che m’abbia a medicar chi m’ha ferito.
    E ’l medico m’ha messo a un partito tale
    Chi m’ha ferito m’abbia a medicare.


    Una gentildonna inglese, Francesca Alexander, in perenne contatto epistolare con la pastora poetessa, dirà di questa bella figura, in una biografia ad essa dedicata:
    Nessuna immagine può dare un'idea della bellezza, perchè è impossibile raffigurare la luce nei suoi occhi che sembra venire di dentro e non di fuori. È una delle donne più meravigliose che abbia mai conosciuto.

giovedì 4 aprile 2013



Dante e la Grazia di Maria




Dante, nella risalita del "dilettoso monte" è ostacolato da tre fiere: lonza, leone e lupa. Viene in suo soccorso Virgilio, che gli accenna l'aiuto di tre donne (tre aiuti, come tre sono i pericoli che derivano dalle fiere, lussuria, avarizia e superbia): due, sono niminate, Lucia e Beatrice, mentre la terza è accennata sotto il velo di donna gentile:

"Donna è gentil nel ciel, che si compiange
di questo impedimento ov'io ti mando;
sì che duro giudicio lassù frange"
(Inferno, 2, v. 96 e segg)

Nel Purgatorio, di tale donna si dirà:
"Donna è di sopra che ne acquista grazia"
(canto XXVI, v.57)

E, nel Paradiso di essa si dirà:
"La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al domandar precorre"
(Paradiso, canto XXXIII, versi 16-18)

Il Mistero della Grazia si apre quindi con Maria che salva Dante (e l'Umanità) dal peccato, si chiude con Maria che gli intercede l'ultima visione.
C'è da chiedersi perchè Maria, come Gesù, non venga nominato nell'Inferno dantesco. Qualcuno dice (e penso sia nel vero) che il solo nome nominato abbia urtato la sensibilità cristiana di Dante, che per Maria ebbe una venerazione filiale. Sarebbe stata una ferita.
Maria viene in suo soccorso per liberarlo dal leone, simbolo della Superbia, principio che affonderà l'uomo nel male. Il suo contrario, l'Umiltà, sarà la redenzione dell'Umanità:
"Principio del cader fu il maledetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto"
(Paradiso, canto XXIX, versi 55 e seg.)

Come fu umile Maria (Respexit humilitatem ancillae suae), così umile è Beatrice:
"Nel ciel dell'umiltà ov'è Maria"
(Vita Nuova)

Ma cos'è l'umiltà di Maria, di Beatrice, dei cristiani? È il vuoto dell'anima, fatto apposta perchè Dio la riempia.
Sant'Agostino dirà che Maria piacque a Dio per la sua verginità ma per la sua umiltà lo concepì: " Virginitate placuit, humilitate concepit".

Maria venuta in soccorso di Dante infondendo in lui energia e coraggio perchè vinca le debolezze del peccato, che ampiamente vedrà nell'Inferno descritte. Il soccorso infonde energia e San Paolo diceva:
"Omnia possum in eo qui me confortat"
Ma l'indolenza assale sempre Dante,per cui il Poeta sarà stimolato da Virgilio con queste parole:

"Dunque che è? perchè, perchè ristai?
Perchè tanta viltà nel cuore allette?
perchè ardire e franchezza non hai?"
(Inferno, canto II, versi 123 e seg)

Questo, quando sa che le tre donne benedette si curano di lui. Le parole di Virgilio, allora, lo rinfrancano e, come un fiore che s'apre al sole:

"Quale i fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che il sol gl'imbianca
si drizzan tutti aperti, in loro stelo:
tal mi fec'io di mia virtute stanca"

Questo è l'incitamento che Maria, per il tramite di Virgilio, infonde in Dante. E che, con l'umiltà di cuore che - sgonfiando l'orgoglio fa posto alla Grazia divina - porta alla salvezza Dante e con lui l'Umanità intera.

mercoledì 23 gennaio 2013


 GUIDO CAVALCANTI

Il grande poeta medievale Guido Cavalcanti fu amico di Dante Alighieri e con Dante condivise la passione politica. Guelfo di parte 'bianca', nel 1300 (l'anno del 'gran rifiuto' di Celestino V, del 'mezzo del cammin di nostra vita' dantesco, del papa Bonifacio VIII e del primo anno giubilare ) fu esiliato a Sarzana e dopo due mesi morì di malaria (perniciosa malarica, come si diceva allora). Nell'esilio della cittadina compose la sua ultima poesia:

Per ch'io non spero di tornar giammai, ballatetta, in Toscana,
va tu leggera e piana ritta alla donna mia che per sua cortesia
ti farà molto onore.
Tu porterai novelle di sospiri, piene di doglia e di molta paura:
ma guarda che persona non ti miri che sia nemica di gentil natura.
Chè certo per la mia disavventura tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa, che mi sarebbe angoscia
dopo la morte poscia pianto e novel dolore.
Tu senti ballatetta che la morte
mi stringe sì che vita m'abbandona
e senti come il cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona
ch'io non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire mena l'anima teco,
molto di ciò ti preco, quando uscirà dal core.
Deh! ballatetta, alla tua amistade,
quest'anima che trema raccomando:
menala teco nella sua pietate
a quella bella donna a cui ti mando.
Deh! ballatetta, dille sospirando, quando le sei presente:
'Questa vostra servente, vien per istar con vui,
partita da colui che fu servo d'amore':
Tu voce sbigottita e deboletta, ch'esci piangendo de lo cor dolente
con l'anima e con questa ballatetta
va ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto davanti starle ognora.
Anima e tu l'adora, sempre nel suo valore.

Qualche giorno dopo, Guido Cavalcanti moriva.
(Secondo alcuni autori, questo sonetto è precedente all'esilio di Sarzana)

Cavalcanti, grande poeta stilnovista, amico di Dante e di Gianni Lapo ( Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io...) segnò fortemente la Letteratura italiana, continuando la poesia dei trovatori in lingua d'oc e di oil, migliorandone certamente la vis poetica. Dante lo ricorda nella Divina Commedia ( Inferno, X e Purgatorio, XI).
Sull'amicizia fraterna tra Guido e Dante consiglio vivamente il libro:
'Biondo era e bello e di gentile aspetto' del neurochirurco lucchese Mario Tobino, Oscar Mondadori.

La malaria era diffusissima in Italia anche in quegli anni. L'umbro Iacopone da Todi, (poesia XI, versi 3-6), così scriveva:

A me la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppia cotidiana,
co la granne etropesia.

giovedì 17 gennaio 2013

Dante e la questione linguistica 

 

 

 

Dante Alighieri affrontò il problema linguistico in modo totale e magistrale, e lo fece scrivendo il De Vulgari Eloquentia.
Il testo autografo è, però, anepigrafo. Secondo il Petrocchi, attento studioso di cose dantesche, fu scritto nel lungo peregrinare del Poeta tra la Marca Trevigiana e l'Italia centrale. Nel suo inizio, Dante parla delle tre lingue allora in uso tra la Francia, la Provenza e l'Italia: ossìa, rispettivamente: la lingua d'oil, la lingua d'oc e la lingua del sì.
L'italiano è, secondo Dante, la lingua più dilettevole (anzi, enumera i varti dialetti che nella penisola si parlano, riservando parole di elogio soprattutto per il dialetto bolognese: ma di questo parlerò in un filone a parte), contrariamente a quanto sostenuto dal maestro Brunetto Latini, il quale riteneva essere il Francese lingua cui accostarsi con più interesse e sicura di enormi sviluppi.
Il Latino, d'altra parte, resta una lingua dotta, con codici e canoni linguistici rigidi: l'Italiano (sottintendendo il volgare) è lingua odierna, viva, facilmente comprensibile. Inoltre è lingua d'arte, poerchè propone i temi della poesia amorosa e di quella etica, indicando nell'amico Cino da Pistoia l'alfiere della poesia amorosa e trattenendo per sè la poesia etica.
Per Dante è essenziale la comunicazione e la comprensione istantanea dei temi, amorosi o etici, e riconosce nel volgare il veicolo essenziale dei temi. E', quindi, un intento di nobilitare il volgare, riconoscendogli, a tutti gli effetti, la proprietà di linguaggio e, direi, di capacità simpatiche, nel senso che ha in se tutti i caratteri oper trasmettere emozioni e concetti tra persone.
Parlando della parcellizzazione della lingua nella penisola, Dante analizza i vari dialetti che in essa si parlano; per egli, nessun dialetto è di per sè illustre, cardinale, aulicum, curiale tanto da poter sostenere il confronto con il Latino: questo scoglio, però, è superato dai poeti che han saputo superare la soglia municipale, il campanile ristretto, per parlare di temi - sentimenti e epica - che hanno acquistato valenza universale. E ossìa, ad alcuni poeti siciliani ed alcuni bolognesi: questo perchè il volgare fa sentire il suo profumo in ogni città, ma non ha la sua dimora in alcuna.
La ricerca del Volgare - come lingua - trova, nell'analisi dei dialetti toscani, una forte critica da parte del Poeta:
"... si tuscanas examinemus loquelas ... non restat in dubio quin aliud sit vulgare quod querimus quam quod actingit populus Tuscanorum"
cioè: se esaminiamo le parlate toscane ... non c'è dubbio che altro sia il volgare che cerchiamo rispetto a ciò cui attinge il popolo toscano
Tralascio di riferire delle disquisizioni geo-linguistiche che il sommo Poeta addusse a descrizione dei vari dialetti (o, come dice, dei vari volgari: quindi, diamo per scontato che esso, per volgare, non si riferisse ad una tipologia ben precisa, ma annoverasse una serie di dialetti). Anzi, Dante li enumera: sono, in tutto, quattordici.
Cominciamo con i Romani: per Dante, quello parlato dai Romani " non è un volgare, ma un turpiloquio, certo la lingua più brutta d'Italia. Dicono infatti messure, quinto dici (signore, che dici?)"
Escludiamo gli abitanti della Marca Anconitana che dicono: Chignamente state siate (come state?)

Escludiamo ancora gli spoletini.
Gli Apuli (Gli Apuli o Iapigi o Japigi (in greco Ἰάπυγες, in latino Ĭāpyges) furono un'antica popolazione proveniente dall' Illiria, che si trasferì successivamente in Puglia)parlano in modo orribile; dicono infatti
Bòlzera che chiagnesse lo quatraro (vorrei che piangesse il ragazzo
)
I Toscani, resi imbecilli dalla loro superbia, arrogano a sè il titolo del volgare illustre....
[seguono alcuni esempi].
I Fiorentini aprono bocca e dicono
Manichiamo, introcque che noi non facciamo altro (mangiamo, intanto che non abbiamo altro da fare)
I Pisani:
Bene andonna il fatti de Fiorensa per Pisa (I fatti di Firenze andaron bene per Pisa)
I Senesi:
Onche renegata avess'io Siena? ( Avessi pure rinnegato Siena, e con ciò?)
............ (omissis)
Di Perugia, Orvieto, Viterbo, Civita Castellana, per la loro somiglianza coi Romani e gli Spoletini, non voglio neppur parlare.

Allora, se prendiamo in esame le parlate toscane e pensiamo a quanto da esse si siano discostati uomini di così alto onore [Cavalcanti, Lapo Gianni,Cino da Pistoia e lo stesso Dante) è chiaro che il volgare che cerchiamo è assai diverso da quello che parla la gente di Toscana.
Vale anche per i Genovesi che, se non potessero più pronunciare la lettera z, o diventerebbero muti o si dovrebbero cercare un'altra lingua.In Romagna [sensu latu, Dante intende la Romània] esistono due volgari, diametralmente opposti: uno è quello parlato a Forlì (che, se uno non lo parla con voce maschia, può essere scambiato per una donna; l'altro [parlato a Brescia, Verona, Vicenza, Padova] è così irsuto ed ispido per parole e accenti che, a causa della sua rozza asprezza, una donna che lo parli può...essere scambiata per un uomo.
Neppure Venezia si mostra degna di meritar l'onore del volgare.
Cerchiamo ciò che resta della selva italica.... Dirò subito che, probabilmente, non si sbagliano quelli che credono che i Bolognesi parlino la lingua più bella, visto che nel loro volgare assimilano quello dei vicini di Imola, Ferrara e Modena....

Dunque i Bolognesi prendono dagli Imolesi morbidità e mollezza, dai Ferraresi e dai Modenesi quella certa asprezza che è tipica dei Lombardi.
[però] io preferirei la loro lingua, purchè la si paragoni solo ai volgari municipali d'Italia. Se si pensa che il volgare bolognese sia da preferire in assoluto, dissento senza esitazione.Non è infatti questo il volgare che io chiamo regale e illustre...
Ma perchè Dante non onora il dialetto bolognese a lingua volgare regale e illustre?
Riferendosi a quattro poeti bolognesi - Guinizelli, Ghislieri, Fabruzzo e Onesto - nota che
non si sarebbero mai allontanati dalla loro lingua , visto che furono maestri illustri e pieni di giudizio in fatto di volgare, parlando parole ben diverse da quelle che si dicono nella città di Bologna.
Quali caratteristiche deve, quindi, avere il volgare per essere eretto a lingua nazionale?
Dante dice che il volgare deve essere illustre, cardinale, regale e curiale.
Con illustre definisce qualcosa che, se illuminata, risplende: così, il volgare a cui si riferisce fa risplendere chi lo usa di onore e gloria.
Con cardinale definisce una lingua che, come il capofamiglia è il cardine, sa essere il cardine di riferimento, estirpando dall'italica selva i rovi.
Con regale definisce la lingua degna dei re: Questa è la ragione per cui quanti frequentano le residenze regie parlano sempre il volgare illustre; ed è anche la ragione per cui il nostro illustre volgare vaga come uno straniero e trova ospitalità nelle case più umili: infatti, noi manchiamo di una reggia.
Con curiale intende riferirsi a un'equilibrata regola delle cose da farsi... Curia, come quella della corte di Germania.
In Italia non c'è, tuttavia non mancano le sue parti. E come le membra di quella si riuniscono nell'unico Principe, così le membra di questa sono unite dalla divina luce della ragione. Per questo sarebbe falso che noi Italiani manchiamo di Curia, perchè non abbiamo un Sovrano; la abbiamo, invece, per quanto materialmente dispersa
.
A questo volgare, che ho dimostrato essere illustre, cardinale, regale e curiale, spetta, lo affermo, di chiamarsi volgare italiano. [...]
Questo lo hanno usato gli illustri maestri che in Italia hanno scritto poesie in volgare, come Siciliani, Apuli, Toscani, Romagnoli, Lombardi e uomini di entrambi le Marche.
 

giovedì 10 gennaio 2013



Ulisse, eroe del campo di battaglia ed intrepido nel cercare il fine ultimo della realtà umana.... Sì, ma era anche un valoroso "sciupafemmine", questo Itacense pronto a tutto. Così, ho voluto dedicare alla sua figura queste mie righe...


A Ulisse

(:"θεοὶ δ᾿ ἐλέαιρον ἅπαντες νόσφι Ποσειδάωνος"
-ΟΜΗΡΟΣ); Grazie, Georgios Georgiadis e Sofia Koropoyli, per la citazione omerica, che rimanda all'incipit dell'Odissea)


E prende il largo
d'Itaca il re,
l'ingegno multiforme al nuovo aperto .
E la tua nave, prode Odissèo,
lascia il passato
occhi rivolti al Destino,
seme itacense,
gli occhi della bella Calypso
più non rimembra,
e non rimembra più
le dolci muliebri braccia
bianche e di loto odorose.
Và, Odisseo, Telemaco lascia,
e di Calypso il frutto
del seme tuo
lascia.
Và, và oltre le colonne,
ad incontrar Destino!
Lotofagi non troverai,
è pur vero,
ma il dannato Futuro
frutto di speme e del multiforma ingegno tuo.
Và, e dànnati,
Lestrìgoni lascia,
ma sappi, Uticense:
la dannata tua ricerca
più non sarà vera,
al Ver non corrisponde.
Ubriaco di speme
affonderà, il sai,
lo legno tuo.

E perderai la Speme, ed i tuoi forti lombi
più gustar non potranno
delle femminee curve.
Affonderà lo legno tuo
ma, non ti devi curar:
il tuo straziato corpo
tratto sarà dai flutti e consegnato
alla bella Calypso
ch'ognor attende
il tuo ritorno,
gli occhi scrutanti la lingua d'orizzonte
del tristo mare...

martedì 8 gennaio 2013

Note sulla Generazione spontanea



La 'nuova' Biologia sta facendo passi da gigante, soprattutto nella Genetica ed informa una materia nuovissima come la Biotecnologia.
Però io credo che un unico filo rosso percorra le Scienze Biologiche e che la necessaria informazione aggiornata a volte ci fa dimenticare da dove la Biologia è partita, che diramazioni ha preso, che significato ha nella storia umana.
Per quanto riguarda l'origine della Biologia tutti noi sappiamo che, anche se i Fisiologi e gli Atomisti greci avevano già precorso i tempi, per lungo tempo visse e fu coltivata l'idea della generazione spontanea. Così radicata era l'idea che bastasse poco materiale organico per far sorgere la Vita, che anche i poeti ne trassero materia per i loro canti.
Oggi vi voglio proporre un brano di Virgilio, dalle Georgiche (letteralmente, discorso su cose naturali). Scriverò, per gli appassionati di tale lingua, sia il testo Latino che la parafrasi italiana.
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Exiguus primum atque ipnos in usus
eligitur locus: hunc angustique imbrice tecti
parietibusque premunt artis et quattuor addunt,
quattuor a ventis obliqua luce fenestras.
Tum vitulus bina curvans iam cornua fronte
queritur; huic germinae nares et spiritus oris
multa reluctanti obstruitur, plagisque perempto
tunsa per integram solvuntur viscera pellem.
Sic positum in clauso linquunt et ramea costis
subiciunt fragmenta thymum casiasque recentis.
Hoc geritur zephyris primum impellentibus undas,
ante movis rubeant quam prata coloribus, ante
garrula quam tignis nidum suspendat hirundo.
Interea teneris tepefactus in ossibus umor
aestuat, et visenda modis animalia miris,
trunca pedum primo, mox et stridentia pennis,
miscentur tenemque magis magis aera carpunt,
donec ut aestivis efflusus nubibus imber
erupere aut ut nervo pulsante sagittae,
prima leves ineunt si quando proelia Parthi.
Virgilio. Georgiche, IV, 296.314

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Si sceglie anzitutto un luogo angusto che, per questo scopo, viene reso ancor più ristretto: lo si ricopre con un tetto embricato e lo si cinge di strette pareti con quattro finestre, esposte ai quattro venti e dalle quali la luce penetra obliquamente. Si cerca poi un vitello di due anni, le cui corna cominciano appena ad incurvarsi sulla fronte. Mentre esso recalcitra, gli vengono tappate le narici e la bocca e lo si uccide con rapidi colpi che, lasciandone intatta la pelle riducano in poltiglia le viscere. Lo si depone nella piccola stanza e lo si lascia, adagiato su freschi ramoscelli di timo e di cassia: Ciò dev'essere compiuto quando il primo zefiro comincia ad increspare le acque, prima che i prati si adornino di nuovi colori e prima che la garrula rondine sospenda il suo nido alle travi del tetto. Intanto un tirpido umore ribolle nelle ossa disfacentesi del vitello e fermenta, finchè compaiono strane creature: prive dapprima di estremità, ben presto brulicano e le loro ali vibrano e sempre più si affidano all'aria leggera, finchè escono come pioggia che prorompa da cumuli estivi o come frecce scoccate dall'arco dei Parti che scendono a battaglia.
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Quanta strada da allora al genoma di oggi! Eppure è bello conoscere anche come i nostri avi considerassero la Vita. Pensate che non solo Virgilio, ma tutti credevano nella generazione spontanea: un medico tedesco addirittura fornì la ricetta per ottenere vermi da una camicia sporca!!!!

lunedì 7 gennaio 2013

      Sull'Etica di Dante 

 

 

Si può leggere la Commedia di Dante come un poema a forti tinte etiche, e forse non è esaustivo.
Il concetto di Etica, in Dante, lo troviamo sparso in tutte le sue opere ed a maggior ragione nella Commedia, filiazione diretta della filosofia Scolastica.
E allora, cominciamo.
Per Dante, e secondo la Scolastica, il Bene ed il Male hanno il loro seme nell'amore:
Amor sementa in voi d'ogni virtute
E d'ogni operazion che merta pena

(Purg., XVII, vv 91-93)
I vizi e i peccati sono amore traviato, le virtù sono amore ordinato. Ora, essendo l'Amore il centro di gravità di ogni essere, l'Amore lo troveremo non solo in Dio ma anche nel Creato:
Nè Creator, nè creatura mai
(cominciò ei) figliol, fu senza amore
o naturale, o d'animo e tu 'l sai
.
Dante ci dice che nella materia esiste l'impulso, nei bruti l'istinto e negli uomini libera volontà (il Libero arbitrio).
Ora, nei primi due, l'amore segue il suo corso senza errori:
Lo natural fu sempre senza errore
(Purg. XVII, v 94)
Ma l'amore dell'uomo può diventare colpa se non rivolta alle cose del Cielo
Ciascuna di queste virtù ha due nemici collaterali, cioè vizi, uno in troppo e un altro in poco (Convivio)

Infatti, dirà (Purg.):
Ma l'altro (l'amor d'animo) puote errar per malo obbietto
o per troppo o per poco di vigore.


Dal "malo obbietto" nascono i tre vizi capitali (superbia, invidia e ira), vizi ritenuti gravissimi.

Se l'amore non tende al Bene con l'intensità dovuta, avremo l'Accidia. Se si lascia tentare troppo dai beni materiali, avremo l'Avarizia, la Gola, la Lussuria. Questi sono i sette vizi capitali che troviamo nella Commedia. Sono, in sè, amore disordinato, non orientato verso il Bene, così come il disordine, il caos generarono la città di Babilonia.
Invece, l'ordine nell'animo umano tende alla città di Dio:

Amor Dei facit civitatem Dei, amor sui facit civitatem Babylonis
(Sant'Agostino, Della Città di Dio)
Dante continua dicendoci che il mistero dell'Incarnazione ebbe il compito di riaccendere l'Amor di Dio, tramite Maria:
Nel ventre tuo si riaccese l'amore
(Parad., XXXIII, v.7)

L'amore per Dio - tramite Maria - è motore di Virtù; infatti san Bonaventura, in Speculum beatae Virginis, fa l'esempio di Maria come unico esempio da seguire. Dirà san Bonaventura, infatti:
Maria di ogni vizio fu scevra e d'ogni virtù rifulse. Maria dai sette vizi capitali fu immune ogni oltre credere, poichè contro la Superbia fu profondissima per umiltà; contro l'Invidia affettuosissima per carità; contro l'Ira mansuetissima per dolcezza, contro l'Accidia operosissima per attività e diligenza; Maria contro l'Avarizia fu piccolissima per povertà, contro la gola fu temperatissima per sobrietà, contro la Lussuria fu castissima per verginità.

L'ideale etico, naturalmente non solo in Dante, è quindi Maria. La tensione mistica della Commedia (che, ribadiamolo, non è una summa di peccati e pene, ma un pellegrinaggio di Dante e dell'Umanità intera verso la salvezza) ci insegna che la via per amare Dio è Maria.
Sir Galahad non è in linea

L'amore di Dante per Maria fu reale. E riconosce che è tramite il suo intervento che potrà disporre delle guide indispensabili per raggiungere la Felicità (Virgilio e Beatrice).
L'allegoria del Vello liberatore dell'uomo dalla Lupa (Prima cantica), invece, rimane avvolta nel mistero.
In attesa di un tale liberatore, il solo mezzo che rimane all'uomo per sfuggire al male è la Ragione (cfr filosofia tomista), che testimonia sia la fallacia dei beni terreni sia le pene ultramondane (Inferno e Purgatorio).
La liberazione dell'uomo dal peccato avviene tramite il libero arbitrio, massimo riferimento della Ragione. Ne è condizione necessaria, ma non unica e non massima. Infatti, solo con la Grazia - con l'uso della Ragione - può raggiungere la Verità assoluta, penetrandola con la Rivelazione e con l'aiuto delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità). Da se stesso, infatti, il libero arbitrio può far conseguire all'uomo la verità naturale basata sulle virtù umane (precetti filosofici e morali).
Le guide di cui si diceva portano Dante ad essere signore (dominus) di se stesso (dominare la propria persona e i propri istinti), portandolo prima alla felicità terrena (Paradiso terrestre) e poi alla contemplazione di Dio.
Questo iter si attua, nella Commedia, tramite l'allegoria, cioè significato nascosto o recondito. Ma Dante, contrariamente ai suoi contemporanei, ci mostra che il velo allegorico non è per lui un fine, ma un mezzo: allora, le figure del Poema non rappresentano solo un freddo riferimento etico, ma l'incarnazione di una umanità appassionata.

Dante e le qualità di Maria



In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che dall'infima lacuna
dell'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

(Commedia, Paradiso - Canto trentesimoterzo v v. 19 e segg.)


Si può ben dire che il lungo cammino di Dante nei tre Regni ultramondani sia, anche, l'anelito alla ricerca di Maria, del suo affetto, della sua forza.
In questi versetti ci sono, anzitutto, indicate quattro qualità imponenti di Maria: misericordia, pietate, magnificenza; la quarta, bontade, è la summa della perfezione dellla creatura che possiede queste tre qualità.
Dal punto di vista della metrica e della poetica, esse danno incedere ampio ai versi, conferiscono quella regalità semplice che è richiesta; ed il pronome te con la preposizione è ripetuto tre volte, giusto per far convergere l'attenzione e l'animo verso Maria. Insistentemente.
È stata chiamata la collana regia, la prima terzina: essa precede la domanda che San Bernardo farà per il Poeta.
In te misericordia: è la misericordia legata alla sensibilità femminile di Maria, carattere che esprime anzitutto l'amore di Maria per il genere umano. Amore che si manifesta anche e soprattutto nel dolore e nelle disgrazie. Ed è un amore che trae dai dolori che essa stessa ha vissuto: infatti, la Mater dolorosa è anche mater misericordiae; a pensarci bene, niente più del dolore affina la sensibilità. Dante, nel Convivio, osserverà che la misericordia è madre di beneficio.
In te pietate: non è la pietà vista come sentimento meschino, ma è nobile disposizione d'animo apparecchiata di ricevere amore misericordia e altre caritative passioni (Convivio). Nella sensibilità che diventa pietà è entrata la volontà: E le persone disgraziate sono oggetto di carità compassionevole e di Misericordia.
In te magnificenza: La magnificenza di questa Regina è la capacità - seguiamo sempre Dante - di operare segni grandi e potenti. Segni che diventano opere.
Dante ci dice e ripete, allora, che Maria è il capolavoro di Dio e unendo in sè ogni bene di Dio opera nel mondo con misericordia, pietà, magnificenza.
Maria, per questi motivi, è portatrice di Bellezza e splendore, bella come il sole nell'Empireo:

.......il bel zaffìro
del quale il ciel più chiaro s'inzaffira

(Paradiso, canto XXIII)

Va notato ancora che in questa invocazione sono rispecchiati i sentimenti che il Poeta prova per Maria: ha sperimentato, Dante, la misericordia e la Pietà nella selva, ne ha veduto la Bontà negli esempi del Purgatorio dove le sette virtù in opposizione ai sette vizi capitali rivelano il tesoro di virtù che si adunano nella sua anima.
Dante, allora, si sente verso Maria come un figlio oggetto di pietà e misericordia:

E come il fantolin che ver la mamma
tende le braccia...
ciascun di quei candori in su si stese
con la sua fiamma, sì che l'alto affetto
ch'egli avìeno a Maria mi fu palese.

venerdì 4 gennaio 2013

La preghiera di S.Bernardo alla Madonna

Dante - Paradiso, XXXIII


Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.


San Bernardo così inizia la sua preghiera alla Vergine Maria.
Notiamo due cose: l'affermazione di precisi concetti teologici e la loro espressione con affetto e calore. Questi ultimi, come si farebbe con la propria mamma.
Maria, vergine e madre. È vero che, nella teologia cattolica, tutto è creato da Dio per opera del Verbo
Omnia per ipsum facta sunt et sine ipso factum est nihil
Va notato, però, che Maria, figlia del Verbo fatto carne, diventa madre del Creato, essendo figlia ma anche madre del Verbo (figlia del tuo figlio). Questo è un Mistero del Cristianesimo.
Umile ed alta più che creatura
L'umiltà onora in Maria la grandezza, come la verginità ne onora la maternità . Infatti, l'umiltà accresce gli splendori della grandezza come la verginità accresce gli splendori della maternità.
Umiltà ed Altezza sovrana: non una contrapposizione in termini, ma complementari.
È questo un privilegio unico, storico e irripetibile perchè non umano: Maria annuncia un nuovo ordine di cose, inizia una Storia nuova prefigurata dall'Anghelos. L'ordine delle cose è sovvertito, l'umiltà, ora, sarà sempre inizio di grandezza. Cosa questa prefigurata ab aeterno, cioè da Dio, e quindi Maria è "termine fisso d'eterno consiglio".
Maria, secondo il pensiero della Patristica desunto da Dante, ha nobilitato tutta la natura umana con la propria scelta irrevocabile:
Tu sei colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che il suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.


Ancora: che vale la nobiltà di sangue se manca la nobiltà d'animo?

O poca nostra nobiltà di sangue
ben se' tu manto che tosto rattorce


Ciascuno di noi può nobilitare o disonorare se stesso con le proprie opere. Ci disonoriamo se cadiamo in corruzione, ci onoriamo se diventiamo strumento della Grazia. Questa, appunto, fu la nobiltà di Maria, anche se non mancava di dignità di sangue (discendeva da David): era povera e ignorata ma per la nobiltà del suo animo fu preferita
......sì che il suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.




Ed ecco il bellissimo testo della preghiera di San Bernardo:

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se' a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz' ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.
E io, che mai per mio veder non arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.
Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudon le mani!"

giovedì 3 gennaio 2013

Cari amici, eccomi ancora una volta fra di voi.
Qualcuno mi ha chiesto come finisse "L'elogio della mosca" di Luciano di Samostata: eccovi accontentati!


Ci sono ancora alcune mosche assai grandi, che taluni chiamano soldatesche, ed altri, canine : fanno un asprissimo ronzio, ed hanno un volo velocissimo; vivono lungamente, e durano tutto l'inverno senza cibo, standosi attaccate specialmente ai soffitti. Una cosa è meravigliosa in queste, che esse fanno insieme e da maschio e da femmina, e montano ciascuna alla sua volta, come quel figliuolo di Venere e di Mercurio, che aveva doppia natura e doppia bellezza. Molto avrei da dire, ma basta qui, per non fare, come dice il proverbio, d'una mosca un elefante.

mercoledì 6 gennaio 2010

Luciano di Samosata

Luciano di Samosata ( Λουκιανὸς Σαμοσατεύς, Lucianus Samosatensis;nato a Samosata nel 120 circa – e morto ad Atene ) è stato uno scrittore e retore greco antico.



Di lui vorrei ricordare "L'elogia della mosca":

Racconta la favola che una volta c'era una donna chiamata Mosca, assai bella, ma ciarliera, chiacchierina, e canterina, e rivale della Luna, che tutte e due erano innamorate d'Endimione. E poi perché quando il garzone dormiva ella lo svegliava continuamente ruzzando, cantando, ballando, quegli se ne sdegnò, e la Luna che l'odiava la mutò in mosca: e perciò essa ora rompe il sonno a tutti quelli che dormono, ricordandosi ancora di Endimione, e specialmente ai più giovani e più delicati. E quel suo mordere, e quel suo desiderio di sangue non è ferocia, ma segno di amore che porta ai giovani, dei quali ella gode come può, e ne sfiora la bellezza. Fu ancora negli antichi tempi una donna di questo nome, poetessa, molto bella e savia. Ed un'altra cortigiana famosa in Atene, della quale il poeta comico diceva:
Questa Mosca gli ha morso proprio il cuore.
Cosi la leggiadria comica non sdegnò, e la scena non ributtò il nome della mosca : né i genitori hanno a vergogna di chiamare così le loro figliuole. Anzi con grande lode la Tragedia ricorda la mosca in quei versi:
Oh che brutta vergogna ! Anche la mosca Con forte petto salta addosso all'uomo, Ghiotta di sangue ; e voi uomini armati, Voi sbigottir delle nemiche lance !

venerdì 1 gennaio 2010

Big Bang e brividi stellari

Oggi, Capodanno, mi viene da pensare , chissà poi perchè, all'Universo. E ne vorrei parlare, per quanto ne so, ma in termini scientifici, evitando le connessioni che, inevitabilmente, potremmo fare con la Filosofia e la Religione.
Si intende per Universo l'insieme della materia e dell'energia presenti, intercorrelati secondo la ben nota formula di A. Einstein ( 1905))
E = M c2


(immagine tratta dal web)
Tre sono, in sostanza, i modelli proposti per l'Universo:
Universo chiuso secondo cui, dopo la nascita e la temporanea evoluzione, si avrebbe un periodo di involuzione dell'insieme spazio-temporale, fino a collassare (implodere) verso un punto di concentrazione massima della materia ( ritorno all'origine, o Big Crunch )
Universo piatto o stazionario, secondo cui l'evoluzione dell'Universo tende asintoticamente verso un valore (y) e tale permarrebbe nel tempo
Universo aperto, secondo cui il cosmo ha un processo espansivo continuo e crescente nel tempo.
Numerosi fisici hanno lavorato intorno all'idea degli Universi; vorrei ricordare Friedman (anni trenta del 1900) , secondo cui l'evoluzione dell'Universo dipende dalla densità media della materia in esso contenuta; se la densità della materia fosse maggiore di un valore critico (stimato a 5 X 10-30 g/cm3, l'espansione si arresterebbe e si contrarrebbe, facendo collasssare l'Universo intero (Big Crunch); la teoria suppone che si possa verificare una nuova esplosione, per poi espandersi e collassare, in un ciclo infinito: universo pulsante o oscillante.
Nel 1948 Gamow compose la teoria del Big Bang cosmico ( o modello standard cosmologico, come si dovrebbe chiamare), secondo cui all'inizio la materia si sarebbe trovata compressa in quark, dopo poche frazioni di secondo, i quark si sarebbero scomposti in protoni, neutroni ed adroni; dopo circa tre minuti, protoni e neutroni avrebbero originato gli elementi più semplici e leggeri: idrogeno, elio, litio. La formazione degli altri elementi sarebbe seguita nel tempo.
A tutt'oggi non si sa se l'Universo sia aperto, chiuso o stazionario: misurando le masse delle varie Galassie, i fisici presuppongono l'esistenza di una materia oscura, cioè materia invisibile, che graviterebbe all'interno delle Galassie.
Il tentativo stesso di capire meglio il presunto Big Bang e i fenomeni che l'avrebbero seguito, ha portato alla formulazione della teoria dell'Inflazione (anni ottanta), che introduce concetti appartenenti alla fisica delle particelle elementari.
Se ci fu la Grande Esplosione, uscì un agglomerato densissimo di radiazione e materia, tenuto insieme da una forza molto intensa, unione delle quattro forze naturali note.
Col raffreddamento, radiazione e particelle si sarebbero separate, e lo stesso sarebbe successo per le quattro forze: la materia ha prevalso sull'anti-materia, i quark si uniscono a formare i nuclei atomici e l'Universo sarebbe diventato 'trasparente'.
Il Mistero permea questi primi momenti di vita universale: la Fisica si confonde, a volte, con la Filosofia e la Religione ( esiste un primum movens , l' amor che muove il mondo e l'altre cose, secondo Dante?

Io credo che questi argomenti siano bellissimi.Pensate: non solo si avrebbe avuto l'unione della primitiva materia e della primitiva energia ma, a ben pensare, anche ciò che oggi chiamiamo le varie discipline (fisica, matematica, filosofia, biologia in-pectore) si sarebbero trovate fuse in un unico punto, IL PUNTO.


Beh, roba da mettere i brividi.
Ciao a tutti e saluti stellari

lunedì 2 novembre 2009

Acale


La mitologia - in particolare quella greca, su cui mi soffermerò - è, certamente, canto delle gesta di eroi, di dei e dee, di spiriti e mostri.
Ma in essa si trova, anche, un accenno alle piccole persone, a coloro ai quali - dalla cattedra del Liceo - il professore di Greco non faceva pensiero nè menzione.
Allora prendo le parti di questi piccoli, irrilevanti, miserrimi, dimenticati dal Tempo, e ne disegno la Storia, estraendoli dal suon de' bellici oricalchi .

Ecco un singolar personaggio:

ACALE

Era, costui, nipote di Dedalo. Acale, (noto anche come Talo o Perdice), aveva una straordinaria abilità per inventare cose ingegnose.Un giorno, mentre era sulla spiaggia con i suoi compagni, intravide sulla rena una lisca di pesce , la quale gli diede l'idea di costruire una sega. Era costui certo un multiforme ingegno, si diceva avesse inventato, oltre alla sega, anche il compasso. Dedalo, mosso da invidia, lo fece precipitare da un torrione sull'Acropoli, sul tetto del Tempio di Atena , spingendolo giù; ma Pallade, mossa a compassione di lui, lo trasformò in pernice.



(immagine tratta dal web)

Ecco come è narrato nell’VIII libro delle “Metamorfosi” di Ovidio: …Tua sorella infatti, ignorandone il destino, t'aveva affidato il suo figliolo perché l'istruissi, un ragazzo di dodici anni appena, ma d'ingegno aperto ai tuoi insegnamenti. Questi, tra l'altro, notate le lische nel corpo dei pesci, le prese a modello e intagliò in una lama affilata una serie di denti, inventando la sega. E fu lui il primo che avvinse due aste metalliche a un perno, in modo che rimanendo fissa tra loro la distanza, l'una stesse ferma in un punto e l'altra descrivesse un cerchio. Preso dall'invidia, Dedalo lo gettò giù dalla sacra rocca di Pallade, inventandosi che era caduto; ma la dea, che protegge gli uomini d'ingegno, sostenne il giovinetto e lo mutò in uccello, vestendolo di penne ancora a mezz'aria. Così l'agilità che possedeva il suo straordinario ingegno passò in ali e zampe, mentre il nome rimase qual era. Tuttavia questo uccello non si leva molto in alto e non fa il nido sui rami o in cima alle alture; svolazza raso terra, depone le uova nelle siepi e, memore dell'antica caduta, evita le altezze.

domenica 5 luglio 2009

Ancora su Coronide (e poi basta...)


Voglio arricchire il post precedente con un'altra versione - su Coronide - che è narrata dagli gli abitanti di Epidauro, e che è, come si vedrà, diversa dalla precedente.

Dicono dunque gli Epidauri che il padre di Coronide, Flegia (o Flegias) - famoso per le sue scorrerie nelle antiche terre greche - fondasse ab origine una città, cui diede il suo stesso nome. In questa città il prode Flègias volle accogliere i più sfegatati ceffi dell'Argolide .
Coronide , in quel tempo, conobbe Apollo e di lui rimase incinta. Assistita da Artemide (Diana) e dalle Moire (di cui ho già parlato) si recò al santuario di Apollo ad Epidauro (Επίδαυρος, piccola città greca dell'Argolide) ed ivi diede alla luce un bel bimbo che espose sul monte
Tizione. Era, Tizione, una montagna o, meglio, un colle, ove crescevano le piante più belle e miracolose dell'antica Grecia (un po' come il nostro monte Baldo, a fianco del lago di Garda, meta preferita dei naturalisti di tutto il mondo). Su codesto monte il pastore di capre Arestanate, cercando la capra che -unica - si era staccata dal gregge di ovini scoprì che l'animale allattava un bimbo: stava, allora, per prendere il piccolo quando fu abbagliato da una luce incredibile. Il pastore capì di trovarsi di fronte ad un mistero: non volendo misurarsi c on qualcosa di grande, lasciò il piccolo (Asclepio) alle cure del padre naturale, il dio Apollo.

giovedì 2 luglio 2009

Dedicato a una "tosa" (storia di Coronide)

Coronide, figlia di Flegia, re dei Lapìti, viveva in Tessaglia, sulle rive del lago Beobi, ove soleva lavarsi i piedi.
Apollo, attratto dalla sua bellezza, ne divenne l'amante. Dovendo andare un giorno a Delfi, affidò Coronide alle cure di un corvo dalle immacolate piume.
Ma Coronide nutriva da tempo una forte passione per Ischi e anche di lui divenne l'amante, benchè attendesse un figlio da Apollo.
Avvenne che il corvo, credendo di far cosa gradita, si recasse a Delfi, raccontando ad Apollo dell'infedeltà di Coronide. Quello, però, maledisse l'animale perchè non aveva accecato Ischi col becco, e gli rese le penne di color nero, trasmettendo la maledizione anche alla sua genìa.
Artemide, sorella di Apollo, volle allora vendicare l'offesa scagliando contro Coronide un intero turcasso di dardi. Apollo alla vista dell'amante morta fu preso da rimorso, ma oramai Coronide era scesa nel Tartaro e stava per essere bruciata sulla pira ardente. Apollo chiamò in aiuto Ermete liberò dal ventre di Coronide un bimbo che chiamò Asclepio (pensate, il primo parto cesareo della Storia), affidandolo alle cure del centauro Chirone che gli insegnò, poi, l'arte della Medicina.
Ischi fu invece colpito dalla collera di Giove, che lo folgorò.

Coronide: una storia che ha del vero; una figura che ha del moderno; una persona che ha del materialmente vivo e che ce la fa sentir vicina. Questa è Coronide.

Dedico questi ricordi scolastici a una "tosa".

[La coronide ( Coronìs ) in lingua greca è una notazione ed indica un'aspirazione. Viene rappresentata con una leggera curva, di formato lieve e conferisce una tonalità melodica.
Coronis sta per "falce", per la sua struttura, e pare desse origine a Chrono.
Segnature falciformi si trovano anche in Musica: ad esempio, le chiavi di Basso e di Baritono sono rappresentate da curve (coronidi)].

domenica 14 giugno 2009

Rigirar la frittata


Ancora Marziale in una sua composizione, Il vedovo, in trimetri giambici.
Queste parole sembrano scritte da un contemporaneo, per me. E mi vien da pensare come certe caratteristiche umane, compresa la falsità, siano inestinguibili.

Il Vedovo.

Perchè hai, Saleiano, quella triste faccia?
E ti par poco? Vengo dal funerale di mia moglie.
O delitto grande del Destino! O intollerabile sventura! Quella ricca donna, Secondilla, è morta? Quella che ti portò in dote un milione di sesterzi? Ah!, questa sventura vorrei che non ti fosse mai capitata!

Ambedue saggi




Marziale è uno scrittore latino abbastanza complesso. Comunque, in esso si riconosce una carica ironica ed umana particolare, tesa spesso a individuare la comicità che si annida nelle situazioni di tutti i giorni, specie nei vizi e nei difetti umani.
La composizione che segue ne è un esempio. E' un frammento di un distico elegiaco, Ambedue saggi.

O Paola, tu sposare vuoi Prisco; ed è giusto: sei saggia.
Prisco, non vuoi sposarti. Ed è giusto: sei saggio.

Lamia, la vampiressa ante-litteram

La Mitologia abbonda di figure minori (ma non per questo poco interessanti).
Una di queste figure minori è Lamia, la bellissima figlia di Belo (Belo ,in greco Βήλος, fu figlio di Poseidone).
Giove, Zeus, le diede il potere di levarsi gli occhi dalle orbite e di rimetterveli, a suo piacimento. Lamia diede a Zeus vari figli che, però, furono uccisi tutti (salvo Scilla) da Era, ingelosita del rapporto di amore tra il padre degli Dei e la bella fanciulla.
A sua volta, Lamia si vendicò dell'affronto divorando i bambini delle altre madri: questo comportamento innaturale fece sì che la sua bellezza svanisse e diventasse di orribile aspetto; capace, però, di riprendere l'originaria bellezza per sedurre gli uomini allo scopo di succhiarne il sangue. Questo singolare atteggiamento distruttivo le venne dall'essersi unita in amicizia con Empusa, la vampiressa, con la quale attirava i giovani e, appunto, succhiava il loro sangue mentre questi erano immersi nel sonno.
Per questo motivo Lamia fu, nell'immaginario collettivo, una sorta di vampiro ante-litteram.

Giugno e il Tasso Barbasso


I campi, in questi giorni di Giugno, pullulano di piante di Tasso Barbasso, e per tutta l'Estate ci terranno compagnia nelle nostre passeggiate in campagna, fra il cicaleccio dei grilli e il frinìr delle cicale.

E', il tasso Barbasso (Verbascum thapsus, fam.Scrofulariaceae), un'erba di color giallo-verdastro, rivestita di fittissimi peli ( dove barbasso sta per peloso, ispido). Cresce spontaneo e il caule, eretto, può raggiungere il metro di altezza. Secondo la vecchia erboristeria era una panacea per tutti i mali: usata nella tosse, contro il morso delle vipere, per risanare le vie urinarie, adoperato in flebiti, ulcere, emorroidi, ma allontanava anche la tigna. Gli antichi Romani la chiamavano Candelaria, proprio perchè forniva delle belle candele, se opportunamente rivestita di grasso e sego.
Santa Ildegarda da Bingen (e, poi, il dottor Kneipp) ne esaltò il decotto, da adoperarsi nelle infiammazioni della gola e della bocca, ma anche contro i disturbi respiratori: si bollono 30 grammi di foglie e fiori , con 30 grammi di foglie di Malva, in un litro di acqua per 10 minuti; si filtra e si assume il filtrato in tazzine (chi lo desidera, può aggiungere zucchero o fruttosio).
Alcuni dicono che il Tasso barbasso abbia virtù sedative, e i suoi decotti vengono utilizzati per evitare l'insonnia o per calmare le tossi di origine nervosa.
Anche la Poesia se ne interessò. Non poteva, infatti, non incantare quell'animo bambino del grande Pascoli, che in una sua composizione di Myricae così si espresse a proposito di questa umile, grande pianta:


Elegie

VI
LAPIDE

Dietro spighe di tasso barbasso,
tra un rovo, onde un passero frulla
improvviso, si legge in un sasso:
QUI DORME PIA GIGLI FANCIULLA.

Radicchiella dall'occhio celeste,
dianto di porpora, sai,
sai, vilucchio, di Pia? la vedeste,
libellule tremule, mai ?

Ella dorme. Da quando raccoglie
nel cuore il soave oblio? Quante
oh! le nubi passate, le foglie
cadute, le lagrime piante;

quanto, o Pia, si morì da che dormi
tu! Pura di vite create
a morire, tu, vergine, dormi,
le mani sul petto incrociate.

Dormi, vergine, in pace: il tuo lene
respiro nell'aria lo sento
assonare al ronzio delle andrene,
coi brividi brevi del vento.

Lascia argentei il cardo al leggiero
tuo alito i pappi suoi come
il morente alla morte un pensiero,
vago, ultimo: l'ombra d'un nome.

La Sapienza si ciba di cose semplici...


Marcus Furius Bibaculus nacque a Cremona, secondo alcuni, nel 103 a.C., ma tale data è da spostare di circa trent'anni, più o meno nel 73 a.C. Fece parte del circolo dei Neoteros, o Poetae novi.
Nella composizione seguente, Furio motteggia sulla rovina economica di Valerio Catone, il maestro dei neòteroi .
C'è però da dire che i vecchi saggi - nonostante i motteggi di Furius - veramente si cibassero di poco e poco chiedevano alla vita materiale, per ottenere la conoscenza (gnosi). Quindi, questi epigrammi ironici possono anche esser visti con occhio benevolo e costruttivo dal lettore di oggi (e di sempre).

Se a qualcuno capita di vedere la casa del mio Catone,
la catapecchia tinta di minio e l'orticello
con Priapo guardiano,
pensa con meraviglia con quali profondi studi
abbia
conseguito tale sapienza
quell'uomo lì,

a cui tre gambi di verdura, mezza libbra di farro
e due grappoli d'uva
sotto una sola tegola,
da nutrimento fanno sino all'estrema vecchiezza.

Col senno dei posteri, con tanta lettura e riflessione, andiamo col pensiero alla "vera" grandezza di Valerio Catone.

Sir

sabato 13 giugno 2009

Torneremo ai faggi frondosi?




(Melibeo)
Titiro, tu disteso all'ombra di un faggio frondoso
provi una canzone silvestre sul semplice flauto;
noi lasciamo le terre della patria e le soavi campagne;
noi fuggiamo dalla patria; tu, Titiro, all'ombra tranquillo,
insegni alle selve a far suonare la bella Amarilli.
.... .......più non vi vedrò,
disteso in un antro verde, pendere da una rupe spinosa;
non eseguirò più canti; e non più, con me pastore, capre
graziose brucherete il trifoglio fiorito, il salice amaro.

Virgilio, BUCOLICHE, Egloga I.

lunedì 8 giugno 2009

La Giornata mondiale degli oceani




GIORNATA MONDIALE OCEANI, SOS CORALLI
ROMA - Si apre a Roma la giornata per la salveguardia delle specie coralline. Come è detto : 'One ocean, one climate, one future' (Un oceano, un clima, un futuro)
I coralli svolgono un ruolo essenziale nel,l'economia biologica del Pianeta Terra, assorbendo CO2 e regolando la temperatura, ma allo stesso tempo sono vulnerabili alle variazioni del clima, che si sta operando in questi ultimi decenni sul nostro pianeta. Inoltre, sono sempre più preda di cacciatori senza scrupoli.
Non andiamo MAI a caccia di coralli, per farne una nostra preda e/o per ornare le nostre case: ricordiamoci che la nostra esistenza stessa può derivare anche dalla vita di questi bellissimi ma fragili esseri dei fondali marini.

>Sir

domenica 7 giugno 2009

Dedicata a Mara




XLVI.
Primavera ormai riporta i miti tepori,
ormai la furia del cielo equinoziale
tace con le piacevoli aure di Zefiro.
Si lascino, Catullo, le pianure frigie
e la fiorente campagna della calda Nicea:
voliamo alle nobili città dell'Asia.
Ormai il cuore ultratrepidante s'augura viaggiare,
ormai felici per la voglia si rianimano.
Salve dolci comitive di amici,
che i partiti lontano da casa insieme
da ogni parte le varie vie riportano


Testo latino:

XLVI. Iam ver
Iam ver egelidos refert tepores,
iam caeli furor aequinoctialis
iucundis Zephyri silescit aureis.
linquantur Phrygii, Catulle, campi
Nicaeaeque ager uber aestuosae:
ad claras Asiae volemus urbes.
iam mens praetrepidans avet vagari,
iam laeti studio pedes vigescunt.
o dulces comitum valete coetus,
longe quos simul a domo profectos
diversae variae viae reportant.

N.B. Catullo, come tutti i poeti, ha una sua personalità, certo. In questo carme, tocca i temi della Natura e dell'amicizia, in un abbraccio totalizzante.
La margherita, tipico fiore primaverile, è simbolo di simpatia, bellezza ed allegria.
Dedico questo post alla mia amica Mara.

venerdì 5 giugno 2009

Corinna


Ovidio.
La bellezza e la sensualità. Quanto leggiamo e quanto scopriamo, ancor oggi, nei classici?
Ovidio, nella V elegia del I Libro (in L'Amore), così tesse le lodi di una donna, Corinna:

Come, caduto il velo, stette davanti ai miei occhi,
nell'intero corpo non apparve alcun difetto.
Quali spalle, quali braccia vidi e toccai!
La forma dei seni come fatta per le carezze!
Come liscio il ventre sotto il petto sodo!
Come lungo e perfetto il fianco, e giovanile
la coscia! A che i dettagli? Non vidi nulla di non degno
di lode...

Festa dei Carabinieri




195° Annuale di Fondazione dell'Arma dei Carabinieri
Segui la diretta Internet dalle ore 19,30

Roma - Piazza di Siena,05/06/2009 Per fortuna ci sono loro. I Carabinieri. L'Italia deve moltissimo ai militi della Benemerita.

Anche mio padre era un carabiniere: Maresciallo, per l'esattezza. E, come tutti i Carabinieri, benvoluto, amato, cercato da tutti nei momenti di massimo bisogno. L'Italia sta attraversando un momento critico; ma possiamo essere certi che, nell'Arma, avremo un sicuro punto di riferimento per la salvaguardia della nostra Libertà:
Traggo da: www.Carabinieri.it le righe che seguono. Le dedico a tutti gli Italiani che ancora sperano. E le dedico in particolare a mio padre, la persona che - più al mondo - ho amato e seguìto.
Sir

Un momento della cerimonia

Oggi, 5 giugno, l'Arma dei Carabinieri celebra in tutta Italia il 195° Annuale di Fondazione.

A Roma avrà luogo una solenne cerimonia a Piazza di Siena, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che sarà accompagnato dal Ministro della Difesa, On. Avv. Ignazio La Russa, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Vincenzo Camporini, e dal Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Gianfrancesco Siazzu.

La cerimonia, che inizierà alle ore 19:30 con lo schieramento di tre Reggimenti di formazione rappresentativi di tutte le componenti dell'Arma, prevede la rassegna dei Reparti da parte del Presidente della Repubblica, l'intervento del Ministro della Difesa, la consegna delle "Ricompense" ai Carabinieri maggiormente distintisi nell'attività di servizio e del "Premio Annuale" a cinque Comandanti di Stazione. Dopo il deflusso dei Reparti, seguirà lo Storico Carosello Equestre, eseguito dal 4° Reggimento Carabinieri a Cavallo per rievocare la gloriosa "Carica di Pastrengo" del 1848. Gli onori finali al Presidente della Repubblica alle ore 21:25 chiuderanno la cerimonia.

martedì 2 giugno 2009

Chi è l'artista?


Chi è l'artista? Cos'è l'arte? Io, che non so dare risposta, vado col pensiero a Michelangelo che amava dire che l'opera d'arte è insita nella Natura: ed era compito dell'artista, per esempio uno scultore, mettere alla luce ciò che di veramente grande esiste.
Un concetto un po' diverso fu esposto da Ovidio, per il quale la bellezza era sì insita nella natura delle cose, ma l'artista esponeva il meglio di sè, la propria arte, intervenendo su ciò che è allo stato grezzo, nascosto, per esternare l'opera d'arte. E da questo poeta riporto volentieri questo stralcio, tratto da Ars amandi:
....
Spesso ciò che ci piace quando è fatto,
mentre si fa dispiace. Quelle statue
firmate dall'artefice Mirone,
furono un tempo massa informe e inerte;
per avere un anello, va battuto
a lungo l'oro; queste belle vesti
furono già sordida, informe lana.
Finchè l'artista ne tentò le forme,
fu grezza pietra; ora è statua famosa:
torce, Venere ignuda, dalle chiome
madide l'acqua.

Sir

Allarme madrepore

Traggo da ANSA.it di oggi, 2 giugno 2009, la seguente notizia:
» 2009-05-31 16:58
Allarme madrepore giganti Palinuro
Studioso dell'Universita' di Pisa, troppe barche

(ANSA) - ROMA, 31 MAG - Le madrepore giganti della Grotta Azzurra di Palinuro, in Campania, stanno lasciando la superficie per cercare riparo piu' giu'. 'E' segno della grande sofferenza di questi organismi per colpa della patina di olio che lasciano le ormai innumerevoli barche che visitano la grotta senza alcuna regolamentazione', ha detto il docente di Ecologia all'Universita' di Pisa, Francesco Cinelli, che dal '92 segue la dinamica della Grotta Azzurra di Palinuro.

Sicuramente gli Enti preposti alla salvaguardia dell'Ambiente dovranno agire per far sì che la nostra Natura si salvi: da una parte legiferando, dall'altra sopprimendo le azioni umane che hanno carattere anti-ecologico.
E', questo, un grido d'allarme che ormai viene lanciato da molti anni. Per cui si deve prendere atto che, da noi, la coscienza ecologica (cioè la sicurezza di essere un tutt'uno con la Natura) ha ancora molti passi da fare, perchè la stupidità e l'ingordigia sembrano non aver limiti.

Sir

lunedì 1 giugno 2009

Oh, vecchiaia!


Cecilio Stazio (230 - 168 a.C.) è stato un commediografo latino. Di lui mi piace ricordare questo brano sulla vecchiaia:

Oh, vecchiaia! Se nessun altro male tu porti quando vieni, basta questo soltanto: che col vivere a lungo si vedono tante cose che non si vorrebbero vedere.