mercoledì 18 settembre 2013

  • Beatrice, la pastora-poetessa

    Al viaggiatore che, risalendo la val Sestaione, si incammina sulla strada che porta all'Abetone, s'apre a sinistra una strada scavata tra poggi e collinette, boschi di faggi e di larici e che, amenamente, lo conduce in un paesino che , come un anello nel castone, conserva il nome e le fattezze del vecchio borgo, Pian degli Ontani. E altro non trasmetterebbe al suddetto viaggiatore se non conservasse la memoria di una delle tante pastore dei tempi passati, ma che fra tutte si elevò in ingegno, fantasia ed arte: Beatrice Bugelli, detta la "pastora Beatrice". Nacque, Beatrice, nei primi dell'Ottocento e la Natura la dotò della forza creatrice della poesia ancor detta "improvvisata". Sposa a vent'anni con un uomo non più giovane, Matteo Bernardi,il giorno del convolamento a nozze la sua bocca scioglie la prima ottava, semplice ed improvvisata, tanto da scatenare consensi ed applausi tra gli astanti. Continuò, Beatrice, nella sua arte poetica e la sua fama varcò i ristretti confini dell'Appennino pistoiese per essere declamata nei salotti-bene di Firenze, Pistoia ed Bologna. Essa conobbe Giuseppe Giusti, che con Massimo D'Azeglio andò a farle visita nel paesino stretto tra le gole dell'Appennino; e con essi, il linguista Giambattista Giuliani, che la descriverà così: Ha un par d'occhi grandi e nerissimi e suol piantarveli in faccia senza mai abbassarli: piuttosto costringe i vostri ad inchinarsi ammirati.
    La Letteratura Italiana forse non la conosce. Ma, con Pier Paolo Pasolini, vorrei rimarcare ancora questa energia positiva che sprizza dall'ingegno della gente umile e che s'inserisce a forza, volenti o no, tra i Letterati ben più noti e di meno anguste origini.
    Il comune di Pian degli Ontani le ha dedicato un viale, Viale Beatrice, ed in esso - a varie distanze - ha piantato vari cippi in cui sono scolpite le sue composizioni. Tra le altre ottave, ce n'è una molto bella, ed è questa:

  • Se tu sapessi la vita ch’io faccio,
    Non la farebbe il Turco alla catena.
    E ’l Turco porta la catena al braccio
    E io la porto al cor per maggior pena.
    E ’l Turco porta la catena al collo,
    E io la porto al cor, ch’è maggior doglio.
    E ’l Turco porta la catena al piede,
    E io la porto al cor che niun la vede.

    Quella finestra, fatta a colonnello,
    Quanto sospiri m’ha fatto gettare!
    Tu m’hai ferito il cor con un coltello,
    Non trovo chi mi voglia medicare.
    E ’l medico m’ha messo a tal partito,
    Che m’abbia a medicar chi m’ha ferito.
    E ’l medico m’ha messo a un partito tale
    Chi m’ha ferito m’abbia a medicare.


    Una gentildonna inglese, Francesca Alexander, in perenne contatto epistolare con la pastora poetessa, dirà di questa bella figura, in una biografia ad essa dedicata:
    Nessuna immagine può dare un'idea della bellezza, perchè è impossibile raffigurare la luce nei suoi occhi che sembra venire di dentro e non di fuori. È una delle donne più meravigliose che abbia mai conosciuto.

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