Dante e la questione linguistica
Dante Alighieri affrontò il problema linguistico in modo totale e magistrale, e lo fece scrivendo il De Vulgari Eloquentia.Tralascio di riferire delle disquisizioni geo-linguistiche che il sommo Poeta addusse a descrizione dei vari dialetti (o, come dice, dei vari volgari: quindi, diamo per scontato che esso, per volgare, non si riferisse ad una tipologia ben precisa, ma annoverasse una serie di dialetti). Anzi, Dante li enumera: sono, in tutto, quattordici.
Il testo autografo è, però, anepigrafo. Secondo il Petrocchi, attento studioso di cose dantesche, fu scritto nel lungo peregrinare del Poeta tra la Marca Trevigiana e l'Italia centrale. Nel suo inizio, Dante parla delle tre lingue allora in uso tra la Francia, la Provenza e l'Italia: ossìa, rispettivamente: la lingua d'oil, la lingua d'oc e la lingua del sì.
L'italiano è, secondo Dante, la lingua più dilettevole (anzi, enumera i varti dialetti che nella penisola si parlano, riservando parole di elogio soprattutto per il dialetto bolognese: ma di questo parlerò in un filone a parte), contrariamente a quanto sostenuto dal maestro Brunetto Latini, il quale riteneva essere il Francese lingua cui accostarsi con più interesse e sicura di enormi sviluppi.
Il Latino, d'altra parte, resta una lingua dotta, con codici e canoni linguistici rigidi: l'Italiano (sottintendendo il volgare) è lingua odierna, viva, facilmente comprensibile. Inoltre è lingua d'arte, poerchè propone i temi della poesia amorosa e di quella etica, indicando nell'amico Cino da Pistoia l'alfiere della poesia amorosa e trattenendo per sè la poesia etica.
Per Dante è essenziale la comunicazione e la comprensione istantanea dei temi, amorosi o etici, e riconosce nel volgare il veicolo essenziale dei temi. E', quindi, un intento di nobilitare il volgare, riconoscendogli, a tutti gli effetti, la proprietà di linguaggio e, direi, di capacità simpatiche, nel senso che ha in se tutti i caratteri oper trasmettere emozioni e concetti tra persone.
Parlando della parcellizzazione della lingua nella penisola, Dante analizza i vari dialetti che in essa si parlano; per egli, nessun dialetto è di per sè illustre, cardinale, aulicum, curiale tanto da poter sostenere il confronto con il Latino: questo scoglio, però, è superato dai poeti che han saputo superare la soglia municipale, il campanile ristretto, per parlare di temi - sentimenti e epica - che hanno acquistato valenza universale. E ossìa, ad alcuni poeti siciliani ed alcuni bolognesi: questo perchè il volgare fa sentire il suo profumo in ogni città, ma non ha la sua dimora in alcuna.
La ricerca del Volgare - come lingua - trova, nell'analisi dei dialetti toscani, una forte critica da parte del Poeta:
"... si tuscanas examinemus loquelas ... non restat in dubio quin aliud sit vulgare quod querimus quam quod actingit populus Tuscanorum"
cioè: se esaminiamo le parlate toscane ... non c'è dubbio che altro sia il volgare che cerchiamo rispetto a ciò cui attinge il popolo toscano
Cominciamo con i Romani: per Dante, quello parlato dai Romani " non è un volgare, ma un turpiloquio, certo la lingua più brutta d'Italia. Dicono infatti messure, quinto dici (signore, che dici?)"
Escludiamo gli abitanti della Marca Anconitana che dicono: Chignamente state siate (come state?)
Escludiamo ancora gli spoletini.
Gli Apuli (Gli Apuli o Iapigi o Japigi (in greco Ἰάπυγες, in latino Ĭāpyges) furono un'antica popolazione proveniente dall' Illiria, che si trasferì successivamente in Puglia)parlano in modo orribile; dicono infatti
Bòlzera che chiagnesse lo quatraro (vorrei che piangesse il ragazzo)
I Toscani, resi imbecilli dalla loro superbia, arrogano a sè il titolo del volgare illustre....[seguono alcuni esempi].
I Fiorentini aprono bocca e dicono
Manichiamo, introcque che noi non facciamo altro (mangiamo, intanto che non abbiamo altro da fare)
I Pisani:
Bene andonna il fatti de Fiorensa per Pisa (I fatti di Firenze andaron bene per Pisa)
I Senesi:
Onche renegata avess'io Siena? ( Avessi pure rinnegato Siena, e con ciò?)
............ (omissis)
Di Perugia, Orvieto, Viterbo, Civita Castellana, per la loro somiglianza coi Romani e gli Spoletini, non voglio neppur parlare.
Allora, se prendiamo in esame le parlate toscane e pensiamo a quanto da esse si siano discostati uomini di così alto onore [Cavalcanti, Lapo Gianni,Cino da Pistoia e lo stesso Dante) è chiaro che il volgare che cerchiamo è assai diverso da quello che parla la gente di Toscana.
Vale anche per i Genovesi che, se non potessero più pronunciare la lettera z, o diventerebbero muti o si dovrebbero cercare un'altra lingua.In Romagna [sensu latu, Dante intende la Romània] esistono due volgari, diametralmente opposti: uno è quello parlato a Forlì (che, se uno non lo parla con voce maschia, può essere scambiato per una donna; l'altro [parlato a Brescia, Verona, Vicenza, Padova] è così irsuto ed ispido per parole e accenti che, a causa della sua rozza asprezza, una donna che lo parli può...essere scambiata per un uomo.
Neppure Venezia si mostra degna di meritar l'onore del volgare.
Cerchiamo ciò che resta della selva italica.... Dirò subito che, probabilmente, non si sbagliano quelli che credono che i Bolognesi parlino la lingua più bella, visto che nel loro volgare assimilano quello dei vicini di Imola, Ferrara e Modena....
Dunque i Bolognesi prendono dagli Imolesi morbidità e mollezza, dai Ferraresi e dai Modenesi quella certa asprezza che è tipica dei Lombardi.
[però] io preferirei la loro lingua, purchè la si paragoni solo ai volgari municipali d'Italia. Se si pensa che il volgare bolognese sia da preferire in assoluto, dissento senza esitazione.Non è infatti questo il volgare che io chiamo regale e illustre...
Ma perchè Dante non onora il dialetto bolognese a lingua volgare regale e illustre?
Riferendosi a quattro poeti bolognesi - Guinizelli, Ghislieri, Fabruzzo e Onesto - nota che
non si sarebbero mai allontanati dalla loro lingua , visto che furono maestri illustri e pieni di giudizio in fatto di volgare, parlando parole ben diverse da quelle che si dicono nella città di Bologna.
Quali caratteristiche deve, quindi, avere il volgare per essere eretto a lingua nazionale?
Dante dice che il volgare deve essere illustre, cardinale, regale e curiale.
Con illustre definisce qualcosa che, se illuminata, risplende: così, il volgare a cui si riferisce fa risplendere chi lo usa di onore e gloria.
Con cardinale definisce una lingua che, come il capofamiglia è il cardine, sa essere il cardine di riferimento, estirpando dall'italica selva i rovi.
Con regale definisce la lingua degna dei re: Questa è la ragione per cui quanti frequentano le residenze regie parlano sempre il volgare illustre; ed è anche la ragione per cui il nostro illustre volgare vaga come uno straniero e trova ospitalità nelle case più umili: infatti, noi manchiamo di una reggia.
Con curiale intende riferirsi a un'equilibrata regola delle cose da farsi... Curia, come quella della corte di Germania.
In Italia non c'è, tuttavia non mancano le sue parti. E come le membra di quella si riuniscono nell'unico Principe, così le membra di questa sono unite dalla divina luce della ragione. Per questo sarebbe falso che noi Italiani manchiamo di Curia, perchè non abbiamo un Sovrano; la abbiamo, invece, per quanto materialmente dispersa.
A questo volgare, che ho dimostrato essere illustre, cardinale, regale e curiale, spetta, lo affermo, di chiamarsi volgare italiano. [...]
Questo lo hanno usato gli illustri maestri che in Italia hanno scritto poesie in volgare, come Siciliani, Apuli, Toscani, Romagnoli, Lombardi e uomini di entrambi le Marche.

Ciao Riccio,
RispondiEliminamolto interessante perchè hai saputo molto bene riassumere l'essenziale di De Vulgari Eloquentia, con parole molto comprensibili anche a me che, da buona ignorante, non avevo letto quanto scritto da Dante in tal proposito.
Leggendo le vite dei più celebri pittori del Vasari, ho ritrovato molte parole in uso nel dialetto di Massa, che è un dialetto stranissimo e se poi vogliamo essere più precisi i dialetti nel comune sono più d'uno.
Devi sapere che un ponte di circa 100 mt, sotto il quale scorre il fiume Frigido, divide il centro della città dalla periferia e quelli di "qua dall'acqua" che è il centro, hanno il dialetto "nobile", noi che siamo "dilà dall'acqua" siamo considerati il "volgo" e quindi il dialetto del volgo...insomma due dialetti diversi seppure somiglianti. Non ti dico poi quelli dei paesi della montagna...che stento pure io a capire.
Ritornando alle vite del Vasari le parole che più mi hanno fatto capire che nonostante il nostro pessimo dialetto, possiamo dirci derivati dal volgare ...ad esempio qua si dice "s'al fusse, si fussene" ( se fosse,fossero) o "arebbene" (avrebbero) o "cavar fora (togliere) "cavati" (tolti) gajardo (robusto, grande) "tu a inteso" (hai capito) "a dovian" (dobbiamo) "pacenzia" (pazienza) "cognosce" (conosce) ecc. ecc.
Queste erano le parole usate dal Vasari e che sono pure nel nostro dialetto.
Mi é piaciuto.." il nostro illustre volgare vaga come uno straniero e trova ospitalità nelle case più umili.." ed é vero.
C'é poi una cosa che mi ha stupito ed è che pensavo la madre lingua fosse senese, ma sentendo parlare i senesi si ravvisano inflessioni che fanno dire quelli essere senesi, mentre i ferraresi parlano un buon italiano sensa inflessioni particolari...Vuoi dire che Ferrara abbia influito su Bologna?
Ora mi vado a rileggere ancora quanto da te scritto perchè mi piace.
Buona serata
Un abbraccione
Bruna dilà dall'acqua..
O Sir,
RispondiEliminama dove sei finito? Sei a gironzolare nel tuo regno?
Ogni tanto ti dai alla fuga e per mesi e mesi non ti si vede più....proprio ora che volevo mettere la proprietaria degli occhi che piacciono a te! Ho deciso che posterò la Chicca solamente quando ritornerai.
Ciaoooooooo
Bruna la castagnetolese